mercoledì 2 dicembre 2009

L'avventura di Tobia - Parte 1

Chiedo a tutti coloro che sono anche solo per caso incappati in questo blog di perdonare la mia assenza. Tra i vari impegni c'è anche da dire che non potrei mai scrivere semplicemente per aggiornare queste pagine. Deve esserci qualcosa nei miei testi...un messaggio, una morale, per quanto piccoli. Mi basta un vostro sorriso, un pensiero positivo in una coltre di buio in grado di rischiarare mente e spirito.
Vi siete mai messi ad ascoltare una canzone consapevoli del fatto che la sua energia e la sua bellezza avrebbero evocato in voi qualcosa che magari con il testo non centra assolutamente nulla? Non so voi, ma spesso e volentieri mi immergo talmente tanto nella musica da perdere il senso del resto. In particolare ci sono determinate melodie che mi portano a parare sempre lì, fra le spiagge bianche dell'immaginazione. Che si tratti di colonna sonora o della mirabolante performance di un artista fa poca differenza, purché degna di questo nome. Improvvisamente migliaia di immagini prendono vita. E vorreste gridarlo, "E' bellissimo!"...eppure una parte di voi, quella raziocinante e rigida, soffre. E non perché reputi un simile approccio ridicolo o privo di autocontrollo, ma perché riconosce quelle fantasie come irrealizzabili e impossibili. Non mi riferisco al sogno d'amore o a quello ad occhi aperti ma al micidiale fantasticare tipico di noi esseri umani. Attacca la musica e improvvisamente volteggiate su un drago, immersi in un paesaggio irreale, al cospetto di sovrani ed eroi, di vita e morte, lanciati verso le più incredibili delle imprese. Potete essere tutto, ma, in qualche modo, non lo sarete mai. Badate, non mi riferisco al ragazzo che immagina se stesso come una leggendaria Rock Star, parlo di ciò che, di fatto, non può esistere ne essere. Mai. I sogni sono meravigliosi per questo...spiragli di realtà che nuotano nel mare dell'impossibile. Frammenti di specchio, ciascuno dei quali capace di riflettere una diversa dimensione. Sentite un brivido lungo la schiena e la vostra coscienza trascende. Dio, pensateci: è pazzesco ciò che la mente umana è in grado di fare. Che poi questo dono si applichi o meno al reale...bé, sta solo a voi. Ma molte delle cose a cui la vostra immaginazione darà forma rimarranno sempre e solo questo. Immagini, sogni. Nulla di più. O forse no?

Tobia viveva nella campagna Irlandese, precisamente a pochi chilometri dalla capitale, Dublino.
Aveva nove anni all'epoca e trascorreva le sue giornate giocando sui prati con il cane che portava lo stesso nome di suo nonno. Suo fratello, Jacob, era partito militare due anni prima e da allora viveva solo con la nonna. Era una vita semplice, rurale, ma spensierata. Tra una corsa nei boschi e una favola trasportata dalle fiammelle vive del camino. Stuzzicava spesso i tizzoni e quando era ormai troppo distratto per ascoltarla, la nonna prendeva la fisarmonica e cominciava ad intonare alcune melodie. Già a quel tempo, per quanto giovane, Tobia intuiva l'importanza di quel momento, quasi fosse un sacro rituale mai venuto a mancare. Che fosse estate o inverno, che il fuoco guizzasse nel camino o meno, la fisarmonica emetteva suoni strani, gracchianti e dolci al tempo stesso; e, ascoltandola, il bambino si perdeva totalmente nei meandri della sua fantasia. Spesso immaginava che il grande camino fosse una porta per un altro mondo. "Dopo tutto...Babbo Natale passa di là", pensava.
Sgranocchiando castagne e gustando la deliziosa marmellata di fichi che ogni dì la cara nonna era solita offrirgli cresceva sano e robusto. Le sue avventure si diramavano in ogni direzione. Un giorno un vecchio tronco diventava l'auto rossa fiammante di un pilota, capace di correre a mille chilometri orari. Un altro giorno si arrampicava fra i rami di uno strano albero, sede di una misteriosa città sospesa, abitata da bizzarre creature. Questo era il suo mondo.
Suo fratello Jacob, invece, era grande. Adulto ormai. Si era arruolato come volontario nell'esercito inglese subito dopo quello che la nonna aveva definito "il Botto di Dublino". Tobia non aveva mai capito bene, ma dal poco che sapeva poteva affermare che il tutto non solo era brutto e triste, ma che lo aveva privato del suo più grande compagno di giochi senza una vera ragione. La nonna gli aveva spiegato le motivazioni del ragazzo: I tedeschi avevano bombardarono Dublino il 31 maggio 1941. Per puro errore. Errore che era costato tante vite d'Irlanda. Molti furono i giovani che partirono alla volta della guerra per giustizia o semplice desiderio di vendetta. La ragazza di Jacob, Nairi, era morta schiacciata dalle macerie della sua stessa abitazione. Il dolore straziante che Jacob doveva aver provato si placò solo di fronte alla possibilità di farla pagare a chiunque appartenesse alla stessa razza di quei bastardi assassini. Per un bambino tutto ciò aveva davvero poco senso e finché la guerra, una cosa lontana lontana, restava in altri paesi a lui bastavano i suoi giochi, le favole attorno al fuoco e quella castagna in più, sgraffignata dal piatto della nonna.
Un giorno di primavera il camino era spento. Faceva abbastanza caldo nonostante l'inverno fosse finito da poco e fuori i prati in fiore erano invitanti e freschi di rugiada. Quella mattina la nonna era di buon'umore: aveva venduto diverse forme di formaggio ai fattori vicini, ricavando un bel gruzzoletto. Stava per uscire per effettuare le consegne con il suo furgoncino verde, quando la vista di una busta bianca gettata di fronte all'entrata la frenò...il resto potete immaginarlo: Jacob era morto. Non c'era scritto come, ma solo un mucchio di ragioni per cui era caduto in battaglia: per la patria, per la gloria, per la libertà...meritevole...capace...il primo ad offrirsi l'ultimo a lamentarsi. I complimenti verso il povero ragazzo morto ammazzato non avevano fine. E nonostante tutte quelle spiegazioni nella testa della vecchia come in quella del bambino sorgeva spontanea la stessa identica domanda: perché?
I giorni seguenti furono neri. Pesanti come una coltre di nebbia. Come se la notizia della morte di Jacob avesse scosso l'intera Irlanda, pioveva a dirotto e il cielo grigio e minaccioso copriva ogni possibile spiraglio di luce solare. La nonna cuciva ininterrottamente dall'appresa morte del nipote. Incapace di parlare, di raccontare storie. Niente lacrime, soltanto dolore che annienta. Per Tobia il tutto aveva meno senso; suo fratello era sparito, per sempre e per quanto desiderasse il contrario nulla lo avrebbe fatto apparire all'uscio sorridente come ogni giorno al ritorno dalla scuola. Improvvisamente, una sera, un'idea lo sfiorò lieve, come la carezza di una madre. Sarebbe andato a riprendersi Jacob.

Continua...

giovedì 26 novembre 2009

Musica

Dicono che il silenzio sia d'oro...ho sempre pensato che se è davvero così allora i suoni sono rubini, diamanti, pietre preziose di ogni genere, incastonate nel muro del silenzio. Una bella frase, no? Lascio a voi il riflettere su quanto il suono influisca sulla nostra vita. Non mi riferisco soltanto alla musica, meraviglia delle meraviglie, o ai suoni del mondo. Ma al concetto stesso di suono. Quanto può voler dire un singolo suono? Quali emozioni può suscitare? Il vagito di un bambino, l'urlo di una donna, le squillanti sirene di un'autopattuglia, le ovazioni urlanti di un grande pubblico, gli scrosci di applausi, il ticchettare della pioggia...quanto ciascuna di queste semplici vibrazioni che si diffondono nell'aria può dare ad ognuno di noi? E' sconvolgente.
La storia che mi appresto a raccontare parla proprio del suono e l'ho ideata dopo aver passato un paio d'ore in un parco. Percepivo la natura e i suoi rumori. In lontananza il traffico, i clacson, le urla e il caos. E poi le risate, le grida di gioia e in lontananza una tromba. Triste e sola, impegnata in un meraviglioso pezzo Jazz...con tutto questo a circondarmi ho pensato a questo racconto, chiedendomi come sarebbe la mia vita senza il suono.

Musica.

Marianne è sorda. Lo è ormai da diversi anni e per quanto mi sforzi non riesco a darmi pace. Cantava. Oh, si...cantava meravigliosamente. La sua voce era come il vento fra i capelli, come tuffarsi in mare in una cocente giornata estiva, la frescura della notte e lo splendore degli astri sparsi nell'immensità. Mia figlia aveva una voce bellissima e un grande talento. Suonava anche il piano e persino la chitarra. Si impegnava in queste passioni e le seguiva con costanza e dedizione. Poi, un giorno, mentre l'accompagnavo al conservatorio, facemmo un incidente. Ricevette un colpo al capo e perse completamente l'udito. Mi dico spesso che sarebbe potuta andare molto peggio, ma non posso fare meno di sentirmi in colpa. Mia figlia è ora molto silenziosa e ha trovato altri interessi cui dedicarsi. Ha smesso di suonare e di cantare, eppure non sembra triste. Io, invece, anziché starle vicino annego nel ricordo della sua voce e mi sento costantemente responsabile oltre che affranto.
Un giorno d'inverno fui contattato dal rappresentante di una grande compagnia farmaceutica. Stava investendo molto denaro nelle nuove tecnologie mediche ed era venuto a conoscere la situazione di Marianne da un amico. Mi spiegò che la sua equipe lavorava da anni ad alcuni apparecchi all'avanguardia. Uno di questi era proprio un piccolo congegno capace di sostituire completamente i vari componenti dell'orecchio con parti sintetiche. La sola speranza di poter restituire a mia figlia ciò che aveva perso mi sembrò l'unico modo per ricominciare a vivere. Ci demmo appuntamento presso la loro sede e pochi giorni più tardi entrai in quelle sale con Marianne al mio fianco. Le avevo spiegato la situazione, ma per qualche strana ragione non sembrava felice...quasi come se lo stesse facendo per me, invece che per se stessa. Lasciai perdere, convinto che si trattasse solo di emozione e pudore. I medici la fecero sistemare sul lettino e per circa due ore rimase all'interno di quella stanza. Dal canto mio, pensavo a quanto sarebbe stato bello poterle parlare di nuovo senza doverle mostrare sempre le labbra. Poterla chiamare da un'altra stanza, poterla ascoltare di nuovo impegnata nel canto e nella musica, vederla felice ancora una volta. Però, quando riemerse da quella porta bianca il suo volto era contratto in una smorfia. Credetti che la avessero causato dolore impiantando l'apparecchio ma vidi che era qualcosa di diverso a turbarla. Non ci badai troppo: per un miracolo della scienza, in qualche modo, mia figlia sentiva di nuovo. Tornati a casa, la prima cosa che feci fu testare il nuovo udito di mia figlia. Parlammo per ore...ridemmo, scherzammo e ci raccontammo storie. Eppure, più la guardavo e più sembrava che Marianne pensasse di stare meglio prima.

"Tu non volevi quell'apparecchio...vero?"

"No, papà..."

Non capivo. Credevo che il semplice fatto di poter udire nuovamente la voce delle persone l'avrebbe fatta sentire felice come mai prima. Mi sbagliavo.

"Ma...perché? Voglio dire...non vuoi tornare come prima?"

E, in quel momento, pronunciò parole che non scorderò mai:

"Sono figlia del suono: la musica è dentro di me"

Il giorno dopo facemmo togliere l'apparecchio, scusandoci per il tempo che avevamo fatto perdere a tutta quella gente. Anche il dottore sembrava capire la situazione. Mi strinse la mano con un sorriso comprensivo.
Marianne aveva il suo mondo ora. Non lo avevo mai capito poiché incapace di immaginarlo. Molte persone che perdono l'udito soffrono terribilmente, incapaci di accettare il cambiamento e il perpetuo silenzio. Mi ero sempre schierato con quest'idea, ma ora...mia figlia mi fece capire quanto, in fondo, i suoni, i rumori, fossero nient'altro che percezioni, le quali, una volta sperimentate, sarebbero rimaste per sempre. Lei aveva i suoi suoni, nei suoi ricordi. Quanto mi guardava parlare e capiva cosa dicevo sentiva la mia voce, dentro di se. Il suo intero corpo vibrava nella meraviglia di questa possibilità e, per quanto i suoni veri restassero al di fuori, dentro di lei sinfonie di incomparabile bellezza prendevano vita, nel buio del silenzio.

martedì 24 novembre 2009

Il principe Ramael

Oggi inizia questo viaggio. Vorrei partire dall'idea che questo racconto arrivi a qualcuno, prima o poi. Mi auguro soltanto che possa essere utile.
La prima storia che mi accingo a narrare è alla base dei rapporti umani. Un racconto di violenza e incomprensione. Mi ha ispirato un avvenimento accaduto in questi giorni nella mia scuola: Una ragazza di origini bielorusse con un'infanzia difficile ha finalmente trovato il coraggio per urlare in faccia ai suoi compagni quanto avesse sofferto nell'essere ignorata, esclusa e spesso derisa. Ciò, amici miei, non nasce esclusivamente da una scarsa apertura mentale, seppur sempre più presente nelle scuole, ma dall'atteggiamento che questa ragazza ha assunto da quando frequenta il liceo. Abbiamo cercato di spiegarle le nostre ragioni, scusandoci e cercando di creare un ponte...ci ha addirittura definiti razzisti. Quando lei stessa non parla una parola della sua lingua natale e usa la sua nazionalità come pretesto per ottenere favoritismi dove, altre persone con situazioni ben peggiori, vanno avanti ogni giorno combattendo e riuscendo nel loro operato. Abusando del diritto dei madrelingua di usufruire di un programma scolastico differenziato e comportandosi in modo falso e bieco ci ha spinti a lasciarla al di fuori di quel che consideriamo un gruppo classe, già di per se diviso. Nonostante ciò la conversazione sarebbe andata avanti e, forse, avremmo anche ottenuto qualcosa, dando vita ad un rapporto fin'ora mai creato. La ragazza, all'improvviso e in preda all'ira, ha deciso di abbandonare la classe...molti hanno tentato di fermarla e lei in risposta ha colpito due ragazze, una al corpo e l'altra al viso. Distruggendo definitivamente ogni speranza di trovare dei punti di riferimento tra di noi, mi domando, perché? Cosa spinge una persona a tanta rabbia e frustrazione? Siamo davvero stati noi? Abbiamo costretto una ragazza alla solitudine senza percepire null'altro oltre la sua facciata di stupida, ragazzina approfittatrice? Non lo credo. Auguro a questa ragazza ogni bene...ma auguro anche a chiunque entri a far parte della sua vita di avere una gran forza d'animo.
E ora, la mia storia...pardon, la vostra.

Anni fa, viveva un giovane principe di nome Ramael. Egli succedette suo padre al trono e dopo un'intera era di prosperità e sviluppo ogni singolo abitante del regno era convinto che tale situazione, al limite dell'utopia, sarebbe proseguita anche con la nuova generazione...quanto si sbagliavano. Fra i profumi delle spezie del mercato Takkuri e i vapori delle terme di Ashkar che invadevano il cielo gonfiando nuvole già nitide, sorgeva una grande struttura, il palazzo reale. Centro delle arti e rifugio per illuminati provenienti da ogni luogo, simbolo di forza e bellezza di una terra da sempre al centro del mondo. Fu in un giorno d'inverno che Ramael sedette per la prima volta sul trono ora suo per diritto. Ramael era diverso. Da tutti. Egli infatti era stato concepito da una serva proveniente da terre lontane e il colore della sua carnagione era scuro, di un nero brillante. I suoi occhi erano gialli come quelli del lupo e la sua voce forte eppure cristallina come quella di un angelo guerriero. Egli era bello e sagace, amato e rispettato per via del suo carisma e nessuno avrebbe mai osato commentare la sua diversità o parlarne in termini che andassero oltre il complimento. Infatti non solo sarebbe stata un'offesa al sovrano, ma un'affermazione simile avrebbe anche condotto i responsabili di fronte all'ira dell'intero paese, poiché considerata razzista e crudele.
Ramael aveva al suo seguito un consiglio composto da ventidue cittadini fra uomini e donne. Lui, il ventitreesimo, sedeva al centro e faceva in modo che ordine e civiltà fossero le architravi di un dialogo pacifico e indirizzato a trovare soluzioni ai problemi comuni. Un giorno un consigliere presentò una questione divenuta ormai opprimente: le richieste di cibo ed acqua a palazzo erano troppo elevate e del raccolto di ogni anno restava sempre meno per la popolazione.

"Se vossignoria diminuisse i carichi...forse il popolo potrebbe vivere meglio, attenuando così anche il malcontento" -Disse il consigliere.

Il re ci pensò e rispose con poche e semplici parole, ma che, agli orecchi dei presenti, risultarono agghiaccianti.

"Essi hanno per caso diritto a più cibo perché più simili a voi, mio consigliere? Devo forse rinunciare a parte del mio sostentamento poiché inferiore o non all'altezza?"

Il resto fu una tragedia. Il consigliere tentò di far ravvedere il sovrano, di farlo ragionare, ma tutto ciò che ottenne fu di scatenare l'ira del monarca, che non solò cacciò il diplomatico ma aumentò la richiesta di viveri per la sua reggia.

Poco tempo dopo i consiglieri si riunirono nuovamente su richiesta del re. Egli aveva deciso di costruire un grande campo da gioco, vicino a palazzo, con piscine e luoghi ove far correre i cavalli.
Tutti obbiettarono: il luogo prescelto dal re era già occupato da parecchie abitazioni e molte famiglie sarebbero state costrette a lasciare le loro case per un semplice capriccio. Il re rispose così:

"Ho forse meno diritti di loro, mio consigliere? La mia pelle e il mio accento mi rendono forse meno adatto a quelle terre di quanto lo siano loro?"

La situazione si ripeté con le stesse tristi dinamiche, e al termine dell'incontro diverse centinaia di persone avevano perso i loro beni per volere del sire Ramael.
Nei mesi seguenti furono molti i casi simili a questi e il re si dimostrò per quel che era davvero: un approfittatore. Crudele e spietato. All'ennesima prova di scorrettezza i ventidue consiglieri si unirono in una sola voce per contrastare il volere del re, cercando di fargli comprendere quanto fossero sbagliate le sue decisioni e quanto ingiusto il suo comportamento. Egli, in risposta, uccise tutti loro. Alcuni lì, a colpi di spada, altri nelle loro case, durante il sonno, altri ancora furono massacrati pubblicamente. Il re, stanco e frustrato di essere circondato da persone che non comprendevano la sua vera natura, la sua grandezza, decise di raccogliere i suoi sudditi più fedeli, le sue ricchezze e tutto il suo esercito così da trovare un'altra terra dove stabilirsi e, forse, trovare spiriti a lui più affini.
Iniziò un viaggio che si dimostrò lungo ed estenuante. A poco a poco molti dei suoi uomini morirono di stenti ed il re perse la sua credibilità. Coloro che l'avevano accompagnato cominciarono ad abbandonarlo, rubando i suoi tesori. Andò avanti così fino a quando si accorse di essere ormai solo, immerso nel nulla. Aveva percorso grandi distanze e non era più in grado di tornare indietro senza una guida. Vagò senza meta comprendendo solo prima della fine quanto, in fondo, fosse stata tutta colpa sua. Ora gli avvoltoi banchettano con le sue carni e, sorridendo, gli abitanti sfuggiti alla morte, commentano: "Almeno adesso è fra i suoi simili".

lunedì 23 novembre 2009

Primo Approccio, chiamatemi Gharv.

Che cos'è un blog? Non è di certo un forum: lo scambio è limitato e molto spesso unilaterale. Siamo al di fuori della comunità, dell'incontro: ciò che conta è divulgare. Non che la cosa debba o possa interessare a qualcuno, ma non ho mai tenuto un blog prima d'oggi. Non ho intenzione di parlarvi della mia vita, del mondo, di come tutto vada male, di cosa mi piaccia più o meno di questo misterioso universo che ci circonda. O almeno, non intendo farlo convenzionalmente. Ciò che lascerò su queste pagine, per chiunque abbia voglia e tempo di leggerle, saranno delle storie. Si, semplici racconti, ballate, leggende. Perdetevi nei meandri di quel che potreste solo sognare, assaporate la bellezza della parola e immergetevi nelle acque infide del vostro io. Un pò new age, forse...ma vi renderete presto conto di quanto le favole rispecchino il mondo con crudezza ineguagliabile, spesso come le mille altre cose non potrebbero mai fare.