martedì 24 novembre 2009

Il principe Ramael

Oggi inizia questo viaggio. Vorrei partire dall'idea che questo racconto arrivi a qualcuno, prima o poi. Mi auguro soltanto che possa essere utile.
La prima storia che mi accingo a narrare è alla base dei rapporti umani. Un racconto di violenza e incomprensione. Mi ha ispirato un avvenimento accaduto in questi giorni nella mia scuola: Una ragazza di origini bielorusse con un'infanzia difficile ha finalmente trovato il coraggio per urlare in faccia ai suoi compagni quanto avesse sofferto nell'essere ignorata, esclusa e spesso derisa. Ciò, amici miei, non nasce esclusivamente da una scarsa apertura mentale, seppur sempre più presente nelle scuole, ma dall'atteggiamento che questa ragazza ha assunto da quando frequenta il liceo. Abbiamo cercato di spiegarle le nostre ragioni, scusandoci e cercando di creare un ponte...ci ha addirittura definiti razzisti. Quando lei stessa non parla una parola della sua lingua natale e usa la sua nazionalità come pretesto per ottenere favoritismi dove, altre persone con situazioni ben peggiori, vanno avanti ogni giorno combattendo e riuscendo nel loro operato. Abusando del diritto dei madrelingua di usufruire di un programma scolastico differenziato e comportandosi in modo falso e bieco ci ha spinti a lasciarla al di fuori di quel che consideriamo un gruppo classe, già di per se diviso. Nonostante ciò la conversazione sarebbe andata avanti e, forse, avremmo anche ottenuto qualcosa, dando vita ad un rapporto fin'ora mai creato. La ragazza, all'improvviso e in preda all'ira, ha deciso di abbandonare la classe...molti hanno tentato di fermarla e lei in risposta ha colpito due ragazze, una al corpo e l'altra al viso. Distruggendo definitivamente ogni speranza di trovare dei punti di riferimento tra di noi, mi domando, perché? Cosa spinge una persona a tanta rabbia e frustrazione? Siamo davvero stati noi? Abbiamo costretto una ragazza alla solitudine senza percepire null'altro oltre la sua facciata di stupida, ragazzina approfittatrice? Non lo credo. Auguro a questa ragazza ogni bene...ma auguro anche a chiunque entri a far parte della sua vita di avere una gran forza d'animo.
E ora, la mia storia...pardon, la vostra.

Anni fa, viveva un giovane principe di nome Ramael. Egli succedette suo padre al trono e dopo un'intera era di prosperità e sviluppo ogni singolo abitante del regno era convinto che tale situazione, al limite dell'utopia, sarebbe proseguita anche con la nuova generazione...quanto si sbagliavano. Fra i profumi delle spezie del mercato Takkuri e i vapori delle terme di Ashkar che invadevano il cielo gonfiando nuvole già nitide, sorgeva una grande struttura, il palazzo reale. Centro delle arti e rifugio per illuminati provenienti da ogni luogo, simbolo di forza e bellezza di una terra da sempre al centro del mondo. Fu in un giorno d'inverno che Ramael sedette per la prima volta sul trono ora suo per diritto. Ramael era diverso. Da tutti. Egli infatti era stato concepito da una serva proveniente da terre lontane e il colore della sua carnagione era scuro, di un nero brillante. I suoi occhi erano gialli come quelli del lupo e la sua voce forte eppure cristallina come quella di un angelo guerriero. Egli era bello e sagace, amato e rispettato per via del suo carisma e nessuno avrebbe mai osato commentare la sua diversità o parlarne in termini che andassero oltre il complimento. Infatti non solo sarebbe stata un'offesa al sovrano, ma un'affermazione simile avrebbe anche condotto i responsabili di fronte all'ira dell'intero paese, poiché considerata razzista e crudele.
Ramael aveva al suo seguito un consiglio composto da ventidue cittadini fra uomini e donne. Lui, il ventitreesimo, sedeva al centro e faceva in modo che ordine e civiltà fossero le architravi di un dialogo pacifico e indirizzato a trovare soluzioni ai problemi comuni. Un giorno un consigliere presentò una questione divenuta ormai opprimente: le richieste di cibo ed acqua a palazzo erano troppo elevate e del raccolto di ogni anno restava sempre meno per la popolazione.

"Se vossignoria diminuisse i carichi...forse il popolo potrebbe vivere meglio, attenuando così anche il malcontento" -Disse il consigliere.

Il re ci pensò e rispose con poche e semplici parole, ma che, agli orecchi dei presenti, risultarono agghiaccianti.

"Essi hanno per caso diritto a più cibo perché più simili a voi, mio consigliere? Devo forse rinunciare a parte del mio sostentamento poiché inferiore o non all'altezza?"

Il resto fu una tragedia. Il consigliere tentò di far ravvedere il sovrano, di farlo ragionare, ma tutto ciò che ottenne fu di scatenare l'ira del monarca, che non solò cacciò il diplomatico ma aumentò la richiesta di viveri per la sua reggia.

Poco tempo dopo i consiglieri si riunirono nuovamente su richiesta del re. Egli aveva deciso di costruire un grande campo da gioco, vicino a palazzo, con piscine e luoghi ove far correre i cavalli.
Tutti obbiettarono: il luogo prescelto dal re era già occupato da parecchie abitazioni e molte famiglie sarebbero state costrette a lasciare le loro case per un semplice capriccio. Il re rispose così:

"Ho forse meno diritti di loro, mio consigliere? La mia pelle e il mio accento mi rendono forse meno adatto a quelle terre di quanto lo siano loro?"

La situazione si ripeté con le stesse tristi dinamiche, e al termine dell'incontro diverse centinaia di persone avevano perso i loro beni per volere del sire Ramael.
Nei mesi seguenti furono molti i casi simili a questi e il re si dimostrò per quel che era davvero: un approfittatore. Crudele e spietato. All'ennesima prova di scorrettezza i ventidue consiglieri si unirono in una sola voce per contrastare il volere del re, cercando di fargli comprendere quanto fossero sbagliate le sue decisioni e quanto ingiusto il suo comportamento. Egli, in risposta, uccise tutti loro. Alcuni lì, a colpi di spada, altri nelle loro case, durante il sonno, altri ancora furono massacrati pubblicamente. Il re, stanco e frustrato di essere circondato da persone che non comprendevano la sua vera natura, la sua grandezza, decise di raccogliere i suoi sudditi più fedeli, le sue ricchezze e tutto il suo esercito così da trovare un'altra terra dove stabilirsi e, forse, trovare spiriti a lui più affini.
Iniziò un viaggio che si dimostrò lungo ed estenuante. A poco a poco molti dei suoi uomini morirono di stenti ed il re perse la sua credibilità. Coloro che l'avevano accompagnato cominciarono ad abbandonarlo, rubando i suoi tesori. Andò avanti così fino a quando si accorse di essere ormai solo, immerso nel nulla. Aveva percorso grandi distanze e non era più in grado di tornare indietro senza una guida. Vagò senza meta comprendendo solo prima della fine quanto, in fondo, fosse stata tutta colpa sua. Ora gli avvoltoi banchettano con le sue carni e, sorridendo, gli abitanti sfuggiti alla morte, commentano: "Almeno adesso è fra i suoi simili".

2 commenti:

  1. Veramente una bella storia Gharv, spero vivamente che questo testo non si limiti a venir letto solamente da poche persone.
    Il razzismo purtroppo non è ancora scomparso, ma c'è anche altrettanto vittimismo da parte di coloro che si sentono bersagli di comportamenti o pensieri razziali. Questi ragionamenti credo possano definirsi altrettanto razzisti (uso il termine "credo" perchè non mi sento di giudicare nessuno) soprattutto se dei semplici pensieri o atteggiamenti si trasformano in atti violenti.

    Rimarrò sintonizzato sul blog sperando di poter leggere altre storie, continua così!

    Davide

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