Dicono che il silenzio sia d'oro...ho sempre pensato che se è davvero così allora i suoni sono rubini, diamanti, pietre preziose di ogni genere, incastonate nel muro del silenzio. Una bella frase, no? Lascio a voi il riflettere su quanto il suono influisca sulla nostra vita. Non mi riferisco soltanto alla musica, meraviglia delle meraviglie, o ai suoni del mondo. Ma al concetto stesso di suono. Quanto può voler dire un singolo suono? Quali emozioni può suscitare? Il vagito di un bambino, l'urlo di una donna, le squillanti sirene di un'autopattuglia, le ovazioni urlanti di un grande pubblico, gli scrosci di applausi, il ticchettare della pioggia...quanto ciascuna di queste semplici vibrazioni che si diffondono nell'aria può dare ad ognuno di noi? E' sconvolgente.
La storia che mi appresto a raccontare parla proprio del suono e l'ho ideata dopo aver passato un paio d'ore in un parco. Percepivo la natura e i suoi rumori. In lontananza il traffico, i clacson, le urla e il caos. E poi le risate, le grida di gioia e in lontananza una tromba. Triste e sola, impegnata in un meraviglioso pezzo Jazz...con tutto questo a circondarmi ho pensato a questo racconto, chiedendomi come sarebbe la mia vita senza il suono.
Musica.
Marianne è sorda. Lo è ormai da diversi anni e per quanto mi sforzi non riesco a darmi pace. Cantava. Oh, si...cantava meravigliosamente. La sua voce era come il vento fra i capelli, come tuffarsi in mare in una cocente giornata estiva, la frescura della notte e lo splendore degli astri sparsi nell'immensità. Mia figlia aveva una voce bellissima e un grande talento. Suonava anche il piano e persino la chitarra. Si impegnava in queste passioni e le seguiva con costanza e dedizione. Poi, un giorno, mentre l'accompagnavo al conservatorio, facemmo un incidente. Ricevette un colpo al capo e perse completamente l'udito. Mi dico spesso che sarebbe potuta andare molto peggio, ma non posso fare meno di sentirmi in colpa. Mia figlia è ora molto silenziosa e ha trovato altri interessi cui dedicarsi. Ha smesso di suonare e di cantare, eppure non sembra triste. Io, invece, anziché starle vicino annego nel ricordo della sua voce e mi sento costantemente responsabile oltre che affranto.
Un giorno d'inverno fui contattato dal rappresentante di una grande compagnia farmaceutica. Stava investendo molto denaro nelle nuove tecnologie mediche ed era venuto a conoscere la situazione di Marianne da un amico. Mi spiegò che la sua equipe lavorava da anni ad alcuni apparecchi all'avanguardia. Uno di questi era proprio un piccolo congegno capace di sostituire completamente i vari componenti dell'orecchio con parti sintetiche. La sola speranza di poter restituire a mia figlia ciò che aveva perso mi sembrò l'unico modo per ricominciare a vivere. Ci demmo appuntamento presso la loro sede e pochi giorni più tardi entrai in quelle sale con Marianne al mio fianco. Le avevo spiegato la situazione, ma per qualche strana ragione non sembrava felice...quasi come se lo stesse facendo per me, invece che per se stessa. Lasciai perdere, convinto che si trattasse solo di emozione e pudore. I medici la fecero sistemare sul lettino e per circa due ore rimase all'interno di quella stanza. Dal canto mio, pensavo a quanto sarebbe stato bello poterle parlare di nuovo senza doverle mostrare sempre le labbra. Poterla chiamare da un'altra stanza, poterla ascoltare di nuovo impegnata nel canto e nella musica, vederla felice ancora una volta. Però, quando riemerse da quella porta bianca il suo volto era contratto in una smorfia. Credetti che la avessero causato dolore impiantando l'apparecchio ma vidi che era qualcosa di diverso a turbarla. Non ci badai troppo: per un miracolo della scienza, in qualche modo, mia figlia sentiva di nuovo. Tornati a casa, la prima cosa che feci fu testare il nuovo udito di mia figlia. Parlammo per ore...ridemmo, scherzammo e ci raccontammo storie. Eppure, più la guardavo e più sembrava che Marianne pensasse di stare meglio prima.
"Tu non volevi quell'apparecchio...vero?"
"No, papà..."
Non capivo. Credevo che il semplice fatto di poter udire nuovamente la voce delle persone l'avrebbe fatta sentire felice come mai prima. Mi sbagliavo.
"Ma...perché? Voglio dire...non vuoi tornare come prima?"
E, in quel momento, pronunciò parole che non scorderò mai:
"Sono figlia del suono: la musica è dentro di me"
Il giorno dopo facemmo togliere l'apparecchio, scusandoci per il tempo che avevamo fatto perdere a tutta quella gente. Anche il dottore sembrava capire la situazione. Mi strinse la mano con un sorriso comprensivo.
Marianne aveva il suo mondo ora. Non lo avevo mai capito poiché incapace di immaginarlo. Molte persone che perdono l'udito soffrono terribilmente, incapaci di accettare il cambiamento e il perpetuo silenzio. Mi ero sempre schierato con quest'idea, ma ora...mia figlia mi fece capire quanto, in fondo, i suoni, i rumori, fossero nient'altro che percezioni, le quali, una volta sperimentate, sarebbero rimaste per sempre. Lei aveva i suoi suoni, nei suoi ricordi. Quanto mi guardava parlare e capiva cosa dicevo sentiva la mia voce, dentro di se. Il suo intero corpo vibrava nella meraviglia di questa possibilità e, per quanto i suoni veri restassero al di fuori, dentro di lei sinfonie di incomparabile bellezza prendevano vita, nel buio del silenzio.
giovedì 26 novembre 2009
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Racconto bello come sempre,cap.
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