Chiedo a tutti coloro che sono anche solo per caso incappati in questo blog di perdonare la mia assenza. Tra i vari impegni c'è anche da dire che non potrei mai scrivere semplicemente per aggiornare queste pagine. Deve esserci qualcosa nei miei testi...un messaggio, una morale, per quanto piccoli. Mi basta un vostro sorriso, un pensiero positivo in una coltre di buio in grado di rischiarare mente e spirito.
Vi siete mai messi ad ascoltare una canzone consapevoli del fatto che la sua energia e la sua bellezza avrebbero evocato in voi qualcosa che magari con il testo non centra assolutamente nulla? Non so voi, ma spesso e volentieri mi immergo talmente tanto nella musica da perdere il senso del resto. In particolare ci sono determinate melodie che mi portano a parare sempre lì, fra le spiagge bianche dell'immaginazione. Che si tratti di colonna sonora o della mirabolante performance di un artista fa poca differenza, purché degna di questo nome. Improvvisamente migliaia di immagini prendono vita. E vorreste gridarlo, "E' bellissimo!"...eppure una parte di voi, quella raziocinante e rigida, soffre. E non perché reputi un simile approccio ridicolo o privo di autocontrollo, ma perché riconosce quelle fantasie come irrealizzabili e impossibili. Non mi riferisco al sogno d'amore o a quello ad occhi aperti ma al micidiale fantasticare tipico di noi esseri umani. Attacca la musica e improvvisamente volteggiate su un drago, immersi in un paesaggio irreale, al cospetto di sovrani ed eroi, di vita e morte, lanciati verso le più incredibili delle imprese. Potete essere tutto, ma, in qualche modo, non lo sarete mai. Badate, non mi riferisco al ragazzo che immagina se stesso come una leggendaria Rock Star, parlo di ciò che, di fatto, non può esistere ne essere. Mai. I sogni sono meravigliosi per questo...spiragli di realtà che nuotano nel mare dell'impossibile. Frammenti di specchio, ciascuno dei quali capace di riflettere una diversa dimensione. Sentite un brivido lungo la schiena e la vostra coscienza trascende. Dio, pensateci: è pazzesco ciò che la mente umana è in grado di fare. Che poi questo dono si applichi o meno al reale...bé, sta solo a voi. Ma molte delle cose a cui la vostra immaginazione darà forma rimarranno sempre e solo questo. Immagini, sogni. Nulla di più. O forse no?
Tobia viveva nella campagna Irlandese, precisamente a pochi chilometri dalla capitale, Dublino.
Aveva nove anni all'epoca e trascorreva le sue giornate giocando sui prati con il cane che portava lo stesso nome di suo nonno. Suo fratello, Jacob, era partito militare due anni prima e da allora viveva solo con la nonna. Era una vita semplice, rurale, ma spensierata. Tra una corsa nei boschi e una favola trasportata dalle fiammelle vive del camino. Stuzzicava spesso i tizzoni e quando era ormai troppo distratto per ascoltarla, la nonna prendeva la fisarmonica e cominciava ad intonare alcune melodie. Già a quel tempo, per quanto giovane, Tobia intuiva l'importanza di quel momento, quasi fosse un sacro rituale mai venuto a mancare. Che fosse estate o inverno, che il fuoco guizzasse nel camino o meno, la fisarmonica emetteva suoni strani, gracchianti e dolci al tempo stesso; e, ascoltandola, il bambino si perdeva totalmente nei meandri della sua fantasia. Spesso immaginava che il grande camino fosse una porta per un altro mondo. "Dopo tutto...Babbo Natale passa di là", pensava.
Sgranocchiando castagne e gustando la deliziosa marmellata di fichi che ogni dì la cara nonna era solita offrirgli cresceva sano e robusto. Le sue avventure si diramavano in ogni direzione. Un giorno un vecchio tronco diventava l'auto rossa fiammante di un pilota, capace di correre a mille chilometri orari. Un altro giorno si arrampicava fra i rami di uno strano albero, sede di una misteriosa città sospesa, abitata da bizzarre creature. Questo era il suo mondo.
Suo fratello Jacob, invece, era grande. Adulto ormai. Si era arruolato come volontario nell'esercito inglese subito dopo quello che la nonna aveva definito "il Botto di Dublino". Tobia non aveva mai capito bene, ma dal poco che sapeva poteva affermare che il tutto non solo era brutto e triste, ma che lo aveva privato del suo più grande compagno di giochi senza una vera ragione. La nonna gli aveva spiegato le motivazioni del ragazzo: I tedeschi avevano bombardarono Dublino il 31 maggio 1941. Per puro errore. Errore che era costato tante vite d'Irlanda. Molti furono i giovani che partirono alla volta della guerra per giustizia o semplice desiderio di vendetta. La ragazza di Jacob, Nairi, era morta schiacciata dalle macerie della sua stessa abitazione. Il dolore straziante che Jacob doveva aver provato si placò solo di fronte alla possibilità di farla pagare a chiunque appartenesse alla stessa razza di quei bastardi assassini. Per un bambino tutto ciò aveva davvero poco senso e finché la guerra, una cosa lontana lontana, restava in altri paesi a lui bastavano i suoi giochi, le favole attorno al fuoco e quella castagna in più, sgraffignata dal piatto della nonna.
Un giorno di primavera il camino era spento. Faceva abbastanza caldo nonostante l'inverno fosse finito da poco e fuori i prati in fiore erano invitanti e freschi di rugiada. Quella mattina la nonna era di buon'umore: aveva venduto diverse forme di formaggio ai fattori vicini, ricavando un bel gruzzoletto. Stava per uscire per effettuare le consegne con il suo furgoncino verde, quando la vista di una busta bianca gettata di fronte all'entrata la frenò...il resto potete immaginarlo: Jacob era morto. Non c'era scritto come, ma solo un mucchio di ragioni per cui era caduto in battaglia: per la patria, per la gloria, per la libertà...meritevole...capace...il primo ad offrirsi l'ultimo a lamentarsi. I complimenti verso il povero ragazzo morto ammazzato non avevano fine. E nonostante tutte quelle spiegazioni nella testa della vecchia come in quella del bambino sorgeva spontanea la stessa identica domanda: perché?
I giorni seguenti furono neri. Pesanti come una coltre di nebbia. Come se la notizia della morte di Jacob avesse scosso l'intera Irlanda, pioveva a dirotto e il cielo grigio e minaccioso copriva ogni possibile spiraglio di luce solare. La nonna cuciva ininterrottamente dall'appresa morte del nipote. Incapace di parlare, di raccontare storie. Niente lacrime, soltanto dolore che annienta. Per Tobia il tutto aveva meno senso; suo fratello era sparito, per sempre e per quanto desiderasse il contrario nulla lo avrebbe fatto apparire all'uscio sorridente come ogni giorno al ritorno dalla scuola. Improvvisamente, una sera, un'idea lo sfiorò lieve, come la carezza di una madre. Sarebbe andato a riprendersi Jacob.
Continua...
mercoledì 2 dicembre 2009
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